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«Quei tre gatti alla mia prima sfilata Così sono arrivato in America»

15/01/2015 by Francesca

Arriva in divisa: girocollo di cashmere blu, pantaloni con le pince neri, scarpe scure. Tempo una decina minuti e confesserà che lui non vuole avere «l’ansia dell’abbinamento» e che detesta «sentirsi a disagio», dunque il suo look è questo da anni: «Cosa c’è di più terribile che ritrovarsi a un festa con l’abito sbagliato? Quindi non oso». Scusi, scusi ma allora il senso della moda? Guizzano gli occhi di Marco De Vincenzo, 35 anni, messinese trapiantato a Roma per amore, giustappunto della moda, oggi fra i più accreditati (giovani) stilisti italiani, e che, con il suo «minimalismo decorato» come lo definisce lui, in dicembre a New York ha ricevuto il premio « One ten of tomorrow» che ogni anno WWD (il quotidiano di moda americano) assegna ai 10 più talentuosi stilisti. Alla domanda risponde con sorriso sincero: «Alle donne è permesso giocare con la moda e divertirsi! Ma il disagio no, non è più concesso. Le ragazze vogliono abiti per poter attraversare la giornata a proprio agio».

Da più di 15 anni nell’ufficio stile accessori di Fendi, dunque fra gli artefici dei più bei successi in borse e borsette…
… degli ultimi tempi, da quattro porta avanti anche la sua linea sulla quale da un paio di stagioni il colosso francese Lvmh ha – cosa rarissima – investito. «Cerco di non pensarci. Non ho mai neppure festeggiato l’avvenimento, per scaramanzia. Dico però che se ci credi ce la puoi fare e sono contento che non ho dovuto cambiare questa percezione, né armarmi di cinismo per arrivare. Può sembrare una storia unica, perché no?». Per come la racconta, pure un po’ magica alla «Fantasia» di Disney, per altro tra i suoi film preferiti («Se non avessi fatto lo stilista avrei disegnato cartoons») perché con l’apprendista ogni cosa banale diventa fantastica: «Un designer deve essere sempre un po’ sospeso fra realtà e sogni. Penso ad Alexander McQueen che non viaggiava perché aveva paura e poi i suoi show erano i viaggi più belli».

Un pizzico di audacia: «All’ultimo anno dell’Istituto europeo di designer fui selezionato per uno stage da Gattinoni ma a scuola seppi di colloqui da Fendi. Chiesi di essere inserito ma mi risposero che ormai ero sistemato. Allora mi imbucai: proposi abiti e mi presero per le borse. Fu Silvia Venturini Fendi a scommettere su di me, anni dopo mi disse che sentiva che ci avrebbe messo la mano sul fuoco». Realtà e sogni: «Ma la sera tornavo a casa e disegnavo vestiti, senza uno scopo. Un po’ frustrante. Ne parlai in Lvmh. Capirono e mi lasciarono andare a patto che continuassi la collaborazione (che tutt’ora va avanti, ndr ). Persi i privilegi e le coccole dei dipendenti e mi ritrovai in una selva oscura: la produzione, la distribuzione, la comunicazione… non sapevo nulla. Ho cominciato a fare vestiti con una sarta, francese, bravissima, che era fidanzata con un mio amico romano. Venti pezzi di getto che portai in una valigia a Parigi. Alla sfilata c’erano tre gatti e la mia famiglia. Ma quei tre gatti erano i giornalisti giusti: WWD , Vogue , Herald Tribune ». Critiche positive, da subito. E consensi: Anna Wintour è stata tra le sue prime sostenitrici. «Ricordo la prima volta: ogni due minuti una telefonata. “Arriva Anna”, “Anna è in auto”, “Anna è scesa dall’auto”, “Anna è in ascensore”, “Anna è qui”». Che angoscia! «Doveva restare 5 minuti e rimase un’ora. Dopo, le porte degli States si aprirono e tutt’ora è per me il mercato più importante».

Ma da Oltreoceano non mancano le critiche alla moda italiana: «Anche io a settembre sono stato un po’ massacrato, è vero. Ma in questo momento a livello internazionale vince il gusto massificato, mentre da noi no poiché personalità e artigianalità sono nel nostro Dna, siamo destabilizzanti. Vince lo strano e brutto che fa moderno. Ma a noi non è mai importato ciò che è cool , ma ciò che è bello e qui c’è tutto quello che occorre per realizzarlo. Un’estetica su cui presto tutti si ricrederanno». Dice della sua moda: «Barocca e minimale, alla ricerca dell’equilibrio fra decoro e forma, eccesso e rigore».


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