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A ogni testa il suo cappello

20/10/2014 by Francesca

NON sono i cappelli visionari che sfoggiano le più eccentriche frequentatrici di Ascot.E neanche le spericolate architetture en tête amate da muse come Isabella Blow o Anna Piaggi. No, i copricapi per la stagione alle porte esprimono il ritorno a uno stile sobrio e silenzioso, in linea con il pensiero di Stephen Jones, il cappellaio inglese che sostiene: «Un grande cappello non deve necessariamente essere folle. Può essere anche soltanto un berretto, basta indossarlo con charme». Così, a parte rare eccezioni, come quella di Lanvin i cui cappelli/soufflé susciterebbero l’entusiasmo della Marchesa Luisa Casati (chi ricorda quello che porta nel famoso ritratto di Boldini?), i nuovi copricapi riscoprono il gusto per una classicità lontana da capricci e stravaganze.
Era ora, da tempo non se ne vedevano tanti. Oltre a guarnire e a donare nuovo smalto al vestito dell’anno scorso, i cappelli sono versatili e hanno il pregio di non costare una fortuna. E poi, come raccomandava Edith Head, la costumista che con otto Oscar è stata la più premiata della storia del cinema: «Fanno miracoli. Se si sceglie il cappello giusto si può sembrare più giovani, più sottili e anche più interessanti. Insomma vanno indossati come il make up, come qualcosa che ti rende più graziosa e affascinante».

Sono state proprio tutte queste qualità a renderli, durante la Seconda guerra mondiale, l’unico accessorio di moda a sfuggire alle leggi del razionamento. Era l’epoca in cui, passeggiando per le strade di Parigi, Gertrude Stein notava: «C’erano troppi bei cappellini nelle vetrine e io pensavo che, quando un popolo produce ancora dei così bei cappelli, non può proprio esser prossimo a finire».
Oggi,a giudicare dalle ultime proposte, si potrebbe fare una riflessione analoga sulla crisi in corso. Seguendo il ragionamento di Gertrude Stein, tanta varietà potrebbe essere di buon auspicio: dalle cloche di Emporio Armani alle bombette di Brunello Cucinelli, dai colbacchi di Moncler ai baschi di Polo Ralph Lauren. Un classico, quest’ultimo che riporta alla memoria quello, imitatissimo, indossato quasi cinquant’anni fa da Faye Dunaway in Gangster Story (1967). «Poco dopo l’uscita del film, mentre mi trovavoa Parigi», ha ricordato l’attrice, «mi vidi recapitare nella mia stanza all’Hotel George V una scatola piena di baschi. Provenivano tutti dal luogo in cui li fabbricavano, un piccolo villaggio vicino Lourdes nei Pirenei francesi. Volevano ringraziarmi, con quel film avevo fatto balzare la produzione di baschi da 5.000 a 12.000 unità a settimana».
Via libera ai cappelli, dunque. Tenendo a mente che, come ha osservato il premio Pulitzer Alison Lurie in Il linguaggio dei vestiti (Armando Editore, pp.265, 23 euro), «quel che si indossa sopra la testa riflette sempre quel che c’è dentro».


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