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ABITI DANZANTI E DRAPPEGGI DA ANTICA ROMA

06/02/2014 by Francesca

Pettinature da dea, pepli, accessori “mitologici “, sembra che la moda di oggi abbia preso le distanze da ogni volubilità per rifugiarsi in un passato atemporale. Quella che nel Settecento Denis Diderot aveva definito “anticomanie”, è riesplosa, in ogni possibile variante. Accanto a fanciulle appena velate da leggiadri abiti peplo, sulle passerelle di primavera incedono mannequin s-vestite da drappeggi così sapienti da fare invidia a madame Récamier, bellissima dama che, insieme a Joséphine Beauharnais, fascinosa sposa di Napoleone, animava i salotti della Parigi primi Ottocento.

In passerella i fautori della classicità e di quelle linee, che Winckelmann definì “fluide come il pensiero e belle come se fossero fatte per mano delle Grazie”, sono stati in molti. È il caso di Tomas Maier per Bottega Veneta, di Raf Simons per Dior, ma anche di Giorgio Armani che, per la sua linea Emporio, ha immaginato diafane creature che indossano lievi abiti danzanti. Ma il guardaroba non è il solo a essersi lasciato incantare dalla bella semplicità antica. Questa attitudine infatti pervade anche altri ambiti. Non era forse Coco Chanel a dire: “La moda non esiste solamente nei vestiti; la moda è nell’aria, è il vento che la porta, la si presagisce, la si respira, è in cielo e sulla strada, è dovunque, dipende dalle idee, dalle usanze, dagli avvenimenti”? Mise à la gréque e dettagli pompeiani sono infatti i protagonisti dell’ondata “peplum” dei film di quest’anno.

Le pellicole che, tra kolossal ed effetti speciali, celebrano il gran ritorno di film mitologici e biblici, sono moltissime a partire da Hercules-La leggenda ha inizio SANTONI (ora nelle sale cinematografiche), per arrivare al kolossal biblico Noah di Darren Aronofsky in uscita ad aprile con un Russel Crowe quasi irriconoscibile, o a Exodus, il superkolossal di Ridley Scott sugli schermi a fine anno. «Si tratta – spiega Patrizia Calefato, semiologa docente all’Università di Bari – di un revival che esprime un bisogno di forza e coerenza in contrapposizione all’evanescenza che troppo spesso caratterizza la società contemporanea». Un ritorno alla classicità per combattere la frenetica mutevolezza del gusto, insomma.

Un po’ come aveva insegnato negli anni venti Madame Vionnet. La sarta francese, divenuta famosa per i suoi abiti “liquidi” che rendevano le donne simili a divinità, era convinta che “nei fugaci capricci stagionali sta un elemento di superficialità, di instabilità che turba il mio senso di bellezza”. Fu lei a inaugurare nella moda una nuova era che avrebbe contato tra i suoi adepti Madame Grès e più tardi Gianni Versace che, con i suoi abiti da dea, fu l’unico a far esclamare a Diana Vreeland, leggendaria direttrice dell’edizione americana di Vogue: «Non ho mai visto nessuno drappeggiare in così poco tempo e così bene un abito».


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