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Dalia, gratitudine e precarietà

15/10/2010 by Francesca

Dahlia, il fiore di cui vi parliamo oggi, deriva dal nome dello svedese Anders Dahl, botanico, allievo e collaboratore del naturalista Linneo. Questo ricercatore riuscì a riprodurle tramite semina.

Questa pianta era già coltivata in tempi antichissimi dagli Aztechi, che la denominarono Acocotli e ne usavano i fusti come tubi per condurre l’acqua dai ruscelli di montagna ai loro villaggi. Nel 1789, arrivarono tre esemplari al giardino botanico di Madrid. A Berlino, dove giunsero nel 1804, furono denominate Georgina dal nome del botanico russo Georgi. Ancora oggi in alcune parti del nord Europa e in Russia questi fiori sono chiamati Giorgine.

Fu proprio dall’Orto botanico di Berlino che la giorgina o dahlia si diffuse in tutto il vecchio continente. Iniziarono gli incroci e le ibridazioni e ben presto si contarono 2000 varietà, tutte derivate dalla prima dalia doppia, la Georgina variabilis.

Gothe era un grande ammiratore di questo fiore, del quale ha elogiato la bellezza. Per Monet le varietà più apprezzabili erano Cactus, nei colori cremisi bordato oro, lilla, bianco sfumato di rosa, giallo.

Gli Aztechi si cibavano del tubero della Dahlia. Esistono diverse testimonianze dell’uso culinario di questo genere di piante.

In campo medicinale il succo delle radici di Dahlia è ricco di costituenti naturali quali proteine, fosforo e potassio.

I valori comunemente assegnati alla dalia sono la gratitudine e la precarietà.


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