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Dalla Patagonia alla moda 2.0: «Non sono uno stilista, sono un marchio»

14/01/2015 by Francesca

«Ansia? L’ho avuta per arrivare fin qui». Marcelo Burlon è un fenomeno della moda 2.0. Il suo street style è diventato un brand venduto in 480 negozi, in meno di due anni è arrivato a fatturare 20 milioni di euro. Le stampe tribali della sua Argentina (su maglie, felpe, pantaloni), sono diventate la sua carta d’identità. Appena atterrato dalla Patagonia, si racconta nel suo show room, un palazzo settecentesco del centro.
«Lo stile di strada sotto i soffitti affrescati e il parquet intarsiato rappresenta Milano oggi, un mix di culture» spiega. Jeans e maglietta nera, è spiazzante per la libertà di pensiero.

«Sono nato in Patagonia. Nel ’90 sono arrivato in Italia con i miei genitori. Mio padre italiano aveva una lavanderia, mia madre libanese è stata pioniera del turismo. In Argentina era nell’aria la grande crisi. Giunti nelle Marche ci siamo ritrovati poverissimi. Hanno ricominciato da operai e dopo la terza media anch’io sono andato in fabbrica. Duro poco. Spendo quasi tutto per comprare maglie di Helmut Lang e Jean Paul Gaultier Junior e la domenica vado in discoteca dove mi prendono subito a fare animazione». Comincia a guadagnare e lascia la fabbrica.

«Mi trasferisco a Milano e inizio a fare selezione alla porta ai Magazzini Generali dove ai tempi passavano…
… tutti, da Domenico Dolce e Stefano Gabbana a Riccardo Tisci e Raf Simon, fotografi e modelle». Gente del fashion system che gli apriranno le porte della moda. Si trasforma in pierre. «Ho saputo creare una mailing list che univa i diversi tipi della città, i modaioli, la borghesia, le Drag Queen, trattati allo stesso modo alle feste nei club sotterranei dove sembra di stare nella casa del tuo miglior amico». Per le griffe, la discoteca diventa un modo per comunicare il marchio. Tisci lo prende sotto la sua ala, lavora un anno da Dolce & Gabbana, poi lo chiama Dell’Acqua per seguire le celebrity internazionali.

Come nasce l’idea delle magliette con le grafiche? «Volevo lasciare un’impronta. Il fenomeno dei social network è stato fondamentale. Mi chiamavano a suonare a Tel Aviv, Beirut, Mosca, Toronto. Grazie a Facebook e Istagram riuscivo a far arrivare un bel po’ di gente. Visto il seguito mi sono detto: monetizziamo». Decide di raccontare le sue radici attraverso le magliette. «Parto per la Patagonia, mi immergo nei racconti dei vecchi, mi rifugio nei musei». Si scopre le braccia e mostra la «chiave dell’universo» degli indigeni tatuata accanto al nome della madre (Olga). A trasferire i simboli sulle magliette pensa il grafico Giorgio Di Salvo. Così, nel 2012, nasce Marcelo Burlon County of Milan, «una celebrazione della città che mi ha dato tutto». Partita da zero, oggi la Marcelo’s factory dà lavoro a 40 persone. Quando ha capito di aver svoltato? «Quando hanno cominciato a pubblicare l’hashtag, una sorta di passaparola sul web». La cosa di cui va più fiero? «Le ali e i serpenti disegnate su maglie e poncho. Ci hanno copiato i più grandi store, ma vinciamo le cause: ho brevettato tutto».

La Bocconi lo ha chiamato in cattedra «io che ho la terza media». «Non sono uno stilista, né un designer. Il mio merito è aver fatto branding; io stesso sono un marchio». Viene chiamato a collaborare da Eastpak, Borsalino, Casio, New Era Starter. Produce altri tre marchi, Hood By Air (Hba), Palm Angels e Off-White, del creative director di Kenye West, Virgil Abloh. Il futuro? «In Patagonia, in una fattoria con il mio fidanzato e i figli. Molto presto».


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