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IL RE E LA SABBIA

30/09/2014 by Francesca

Due corpi nudi uno accanto all’altro, lei e lui legati assieme da una cima di veliero e consegnati alla spiaggia dalle onde del mare. La sfilata di Giorgio Armani comincia così, con le immagini dirette dal regista premio oscar Paolo Sorrentino, che ha girato un film per introdurre la collezione primavera estate 2015 dello stilista. La sabbia di Lipari, ghiaiosa, di pomice bianca e ossidiana a colate scure, che si scontra muta con quella vulcanica di Stromboli, è l’incipit di un racconto struggente, in cui forme e proporzioni uniscono il volume ampio delle fogge alla leggerezza delle consistenze. «Tutto è nato dal ricordo di una collezione fortunata di vent’anni fa», racconta Re Giorgio dopo aver mandato in passerella una donna «meno dura, meno secca, più femminile», che porta gonne lunghe simili a distese di sabbia. «Ho immaginato la moglie di un archeologo che, negli anni Trenta, raggiunge il marito in Magna Grecia o in Siria» indossando capi dalle lavorazioni tridimensionali.

Le linee sono essenziali, rese corpose dai nuovi tessuti uniti di lana, seta double lavata, cady tecnico e georgette doppiata. La prima parte del fashion show è un richiamo ancestrale alla natura, con motivi animalier pronti a emulare l’asprezza del vento che increspa il mare. Poi si arriva al cuore della collezione, con le variazioni di greige, polvere, blu, bianco e rame.
Una stratificazione di organza e tulle con i pantaloni concepiti a mo’ di calze sotto tuniche e abiti dalle scollature profondissime. Interessante e inaspettato questo tema della sabbia, che porta alla memoria un mandala concettuale, la «ruota solare» della tradizione africana senza però neppure un accenno di esotismo – che per la cultura buddhista traccia il processo di creazione dell’universo e che viene distrutto, spazzando via la sabbia che lo compone, ogni volta che il viaggio interiore è giunto al termine. Un gesto che sposta la riflessione sulla caducità delle cose e sulla rinascita, come le onde del mare arrivate a riva con forza distruttrice, ma pronte a dedicare un inno alla vita.

Dalle piccole giacche di pelle – così sottile da sembrare tessuto – escono frange come fili di seta, cedendo il passo all’aspetto liquido delle maglie impalpabili. Preziosa la giaccablouson di pitone color nudo, più scanzonata quella che imita un cardigan lungo. La sera è un diktat desiderabilissimo: abito di tulle nei toni naturali della cipria da portare con tacco rasoterra. Il giorno, invece, ammesse le sneaker, (segno che anche il più famoso degli stilisti italiani sa osservare il mondo reale), ma solo se portate con borse sofisticate. Guai a parlare di lusso, meglio dire alto artigianato: «Non uso mai questa parola, mi provoca rigurgito», afferma lo stilista in conferenza stampa. «In questo momento le donne amano le cose con un aspetto ricco, ricco di contenuto e di lavorazioni», come quelle che evocano i cretti, una serie di fratture simili a sabbia opalina seccata dal sole. Un esercizio di recupero del passato armaniano, di analisi della contemporaneità e soprattutto un tentativo di afferrare il mistero di un paesaggio estivo.

La sabbia che fugge dalle mani come in una clessidra che ricorda l’idea dello scorrere del tempo e il simbolismo legato alla trasformazione, è in questo che si inserisce il lavoro per la prossima stagione calda. La palette di colori, che non spezza, ma «va di conseguenza al viso abbronzato», trasporta la narrazione stilistica all’ultimo abito, «come una spiaggia al tramonto con la sua sabbia d’oro» con i ricami piazzati in argento e bronzo. Il silenzio a volte parla più di mille vociin lingue sconosciute e quell’uomo accanto a una ragazza, distesi immobili sulla massa plastica del bagnasciuga, non si sa bene se stia assaporando il tepore di un momento confortevole o sia vittima, con lei, di un sentimento travolgente e per questo sospeso tra dune e bagliori di infinito.


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