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L’ispirazione «garçonne»

09/09/2013 by Francesca

La querelle uomo-donna continua a infiammare la moda. Questa stagione, addirittura, deflagra. Protagonista indiscussa della scena è una maschietta risoluta che porta le bretelle, il parka di lamé, i pantaloni gessati: abiti mascolini nella forma, quasi mai nella sostanza. O viceversa. Volitiva, manda per aria logori cliché sulla rappresentazione dei sessi e dei ruoli. La donna in panni virili, pragmatica e spiccia invece che bella statuina, stranisce. Più è dura, spigolosa, più piace. L’appropriazione non autorizzata e la conseguente rilettura degli strumenti vestimentari del sesso “forte” da parte delle signore intriga anche oggi che siamo visivamente abituati a tutto. Il topos è consolidato, ma non perde di mordente sull’immaginario collettivo. Potere di schemi culturali profondamente radicati.

Il discorso affonda le radici nella lotta per la parità dei sessi. Il Ventesimo secolo dell’emancipazione è passato anche attraverso la fusione dei guardaroba: dall’armadio maschile si sottraggono i pantaloni, la giacca, così come il pesante jersey dell’underwear e, all’uopo, la cravatta. Si scoprono abiti consoni al movimento, capaci di conferire autorevolezza, presenza, distacco. Si pensi allo scandalo di Sarah Bernhardt in pantaloni, al glamour lesbo-chic in frac e tuba di Greta Garbo e Marlene Dietrich. I ritratti della scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach raffigurano, tra le due guerre, una donna fragile, i capelli corti e il ciuffo ribelle, in giacche impeccabili e stivali rasoterra dal piglio militaresco: a guardarli distrattamente paiono scatti contemporanei rubati al portfolio di un marchio del lusso discreto come Hermès.

Certo, all’inizio blazer e pantaloni si concedevano alle grandi eccentriche: ragazze di buona famiglia la cui posizione nella scala sociale facilitava l’abbattimento di regole e tabù; reiette orgogliose, scrittrici disinibite come Colette, artiste borderline come Claude Cahun. Poi venne Coco Chanel che, a colpi di morbido bouclé e brache marinare, fece un falò di ogni orpello, mentale ancor prima che materiale, favorendo tutte. Decenni dopo, le fila del suo rivoluzionario discorso sono state riprese da Giorgio Armani, prometeo sartoriale e araldo di una femminilità evoluta, che di Coco si è sempre confessato fan.

Da allora, vestirsi da uomo è diventato scelta plausibile, se non addirittura necessaria, dettata degli ambiti professionali d’appartenenza. Le manager degli anni Ottanta, da Marisa Bellisario alla Sigourney Weaver di Una donna in carriera, hanno fatto della giacca una scelta ontologica, ancor prima che stilistica, e con loro orde di lavoratrici prese a scalare i vertici delle aziende, non più appannaggio esclusivo dei colleghi maschi. Oggi, certo, quelle stesse donne non hanno bisogno di affermarsi mostrando attributi e spalle da rugbista; magari vanno al board meeting in tubino. Il dialogo con il guardaroba mascolino, però, continua a covare sotto la cenere.

La maschietta autunno 2013, così, all’androginia tout court preferisce l’iconografia liquida e ibrida. Persino Armani parla di irriverenza ed eccentricità, non di rigore, e intitola la propria collezione Garçonne. Da Marni, come da Gabriele Colangelo e Missoni, il maschile vira verso il sex appeal fosco del cabaret berlinese. I gessati sovradimensionati di Stella McCartney, le luccicanze di Max Mara, ma anche i rigori talari di Ann Demeulemeester come i regimental decostruiti di Dries Van Noten, suggeriscono, in modi diversi, un’eccitante traslitterazione di codici. Le certezze, insomma, si sbriciolano ed è solo un bene. Dal ricomporsi dei frammenti emerge uno stile senza tempo, ma anche senza immediati connotati di genere. È una proposta estetica, anche se la moda scruta dritto negli abissi di ciò che sarà con più precisione di un telescopio, anticipando genetica, atteggiamenti e molto altro.


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