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La possibilità di vestire normale

27/08/2014 by Francesca

INDIVIDUARE le linee guida di una stagione, quelle che condizioneranno gli acquisti e il modo di vestire dei consumatori, non è poi così difficile: basta identificare l’elemento comune tra le diverse collezioni, e partire da lì.
C’è sempre un punto d’incontro tra le miriadi di proposte in passerella, su questo non c’è dubbio, e non è una questione di interpretazioni o di trend, perché la cosa nasce “a monte”: le sensibilità creative sono spesso simili, e l’esposizione alle stesse sollecitazioni mediatiche non fa che rafforzare i tratti comuni.

Stavolta poi ci si mette davvero poco a notare come i designer abbiano lavorato con un chiaro, e a tratti inaspettato, pragmatismo: è la vita di tutti i giorni ad avere guidato le loro scelte, e la conseguente consapevolezza che la maggioranza dei vestiti dovrà reggere i frenetici ritmi contemporanei. Finito una volta per tutte il tempo delle bamboline perfette e impeccabili, fa piacere notare quanto abbiano lavorato per avvicinare certi estremi stilistici alla realtà con cui ci si trova a fare i conti; non si tratta di uniformare o diluire i messaggi creativi, idee e azzardi sono rimasti, solo filtrati attraverso un sano realismo. Poco o niente così è risultato scollegato dal quotidiano come spesso accadeva in passato, ed è questo il cardine della stagione.

Perfetta espressione è senz’altro la prima collezione di Nicolas Ghesquière per Louis Vuitton, arrivata a chiusura del mese di sfilate: un’infilata di pull, gonne al ginocchio e accessori “universalmente” portabili, che hanno avuto l’effetto di far apparire quasi antica la moda futuribile che aveva portato lo stilista alla fama quando era da Balenciaga; e se Phoebe Philo, teorizzatrice della donna contemporanea, ha arricchito la severità dei suoi completi con mono-orecchini di ciondoli e cristalli (decori insoliti per lei), è stato Karl Lagerfeld che ha reso il concetto al meglio e senza giri di parole. La società vuole abiti “normali”? E lui da Chanel fa allestire un supermercato, con le modelle in tuta e pullover bucati; simbolo della collezione sono le sneakers, da lui già utilizzate nella haute couture: e cosa c’è di più quotidiano di un paio di scarpe da ginnastica?

Ma gli esempi sono tanti, dall’umile shearling che si sostituisce alle pellicce più pregiate ai giacconi da escursione trasformati in capispalla da città. I più nostalgici guardano agli anni ’60, svelti e asciutti, e se persino in un tempio del glamour come Dior la collezione ruota attorno ai tailleur da lavoro, il messaggio diventa chiaro: la moda vuole concretezza. Non si tratta solo di esigenze commerciali, ma di un modo per avvicinarsi al pubblico usando il loro stesso linguaggio. In breve, a dominare la moda del prossimo inverno sarà il buon senso: questo sì che è sconvolgente.


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