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L’abito fa i nuovi lavori

25/06/2014 by Francesca

L’abito fa ancora il monaco? E fa anche il metalmeccanico, l’avvocato, il cuoco, il marinaio, tutti ruoli indossabili e facilmente identificabili? «Non più – risponde Alessandro Guerriero, curatore di una mostra che sta per aprire alla Triennale di Milano – Fino a poco tempo fa la tuta blu era quella dell’operaio dell’officina Fiat e le mezze maniche quelle dell’impiegato, ma ora, nell’era post-fordista in cui i dipendenti di Google vanno in ufficio con le infradito, questa corrispondenza non esiste più. Si inventano nuove occupazioni e l’abito diventa il simbolo del lavoro che cambia, o che cambierà, e può proporre anche lavori di fantasia. Con un ritorno, e meno male, al romanticismo». Se Angela Missoni ha disegnato l’Abito del sognatore, con un collage di stoffe che paiono farfalle e Nanni Strada (suoi i vestiti da viaggio comprimibili imitati in tutto il mondo) l’Abito della raccoglitrice di conchiglie, il più sorprendente è forse l’Abito del cacciatore di nuvole progettato da Antonio Marras: lo stilista sardo celebre per il “ligazzio rubio” (il legaccio rosso) ha immaginato un’installazione architettonica alta 5 metri e mezzo, una sorta di “spaventapasseri gentile in tensione tra la terra e il cielo”, un “vestito-comignolo che disperde le nuvole per far posto alla carne del portatore”. Indossiamoli questi indumenti e voleremo lontani.

Intanto però si possono andare a vedere, dal 25 giugno al 31 agosto, esposti nella mostra “Abiti da lavoro” alla Triennale di Milano. SIMONE AGO E FILO Si tratta di quaranta abiti/installazioni/sculture ideati da stilisti, designer e progettisti italiani e internazionali. La particolarità sta nel fatto che 15 di queste opere sono state materialmente realizzate dai giovani di Arkadia onlus, in provincia di Arezzo, una comunità che cerca di inserire i disabili nel mondo del lavoro. Sul loro sito descrivono quest’esperienza. C’è Simone P., un ragazzo Down, che dice: «Il filo in una mano, l’ago nell’altra, e poi zac… Non ne sbaglio mai uno, o quasi». Antonio L. vorrebbe «creare un’asola enorme per allacciarmi a tutti coloro a cui voglio bene». Lara P. spiega: «Una volta che mi sono arrabbiata mi hanno detto che invece di fare l’orlatrice dovrei fare l’urlatrice. Ma quando ci vuole ci vuole, no?». A contattare Arkadia è stato lo stesso Alessandro Guerriero attraverso la sua Associazione Tam-Tam, una sorta di scuola di fashion e design creata con gli architetti Alessandro Mendini e Riccardo Dalisi, gratuita, con i docenti che regalano ore di insegnamento e gli studenti più grandi che fanno da tutor: «Abbiamo fornito ai ragazzi di Arkadia gli schizzi degli artisti, alti una trentina di centimetri – spiega – che sono stati trasformati in cartamodelli, da cui hanno realizzato i prototipi per la mostra. Finita la mostra si tratterà di avviare la produzione di questi abiti, che avranno la doppia etichetta e saranno messi in vendita ad esempio come Westwood-Arkadia».

PITTURARE I SOGNI È Vivienne Westwood, icona della moda mondiale, ad aver disegnato Lumberjack, giacca da boscaiolo scozzese con tanto di corredo di accetta; Elio Fiorucci si è cimentato con l’Abito della coltivatrice d’orto, novella biancaneve maliziosa; Alberto Aspesi con la Camicia da lavoro per pitturare i sogni; l’artista e storico del costume Matteo Guarnaccia con l’Abito del latore di buone notizie, mix tra il pigiamino di Little Nemo e una tuta da cosmonauta; il giapponese Toshiyuiki Kita con l’Abito del gelataio vegetale; la stilista milanese Gentucca Bini con l’Abito del pornografo casto, ovviamente trasparente, per dire “siamo tutti nudi sotto i vestiti”, mentre l’olandese Guda Koster l’Abito rosso con pois bianchi, un vestito-bambola che coincide con la sua stessa casa. «L’abito da lavoro, la divisa – spiega Claudio De Albertis, presidente della Fondazione La Triennale – diventa uno strumento di identità individuale, ma anche un involucro a tratti lontano dalla funzione.

E’ una ricerca inedita, che affronta il tema in modo trasversale, di come vestirsi rispetto al lavoro che si fa, e di come il lavoro che si fa trasforma il modo di vestire. E con questa mostra, la prima di un ciclo, la Triennale ritorna al settore moda, grazie anche alla nomina del nuovo responsabile, Eleonora Fiorani». L’INNAMORATO Per tornare al quesito iniziale, se l’abito faccia il monaco, non poteva mancare l’Abito del monaco titubante, disegnato da Denise Bonapace, che riduce la tonaca a una veste trasparente inserita nella geometria di una croce. Altri ne mancano, li cita Alessandro Guerriero: «L’abito di chi fa il pane, di chi svuota il mare col cucchiaio, di chi si perde in città, del cercatore di aghi nel pagliaio,


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