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Quanto sono forti le donne

25/02/2013 by Francesca

Una vita, quasi due (Rizzoli) è il titolo dell’autobiografia di Miriam Mafai, grande firma del giornalismo italiano scomparsa lo scorso aprile. Un libro di memorie che esce postumo e incompiuto, ma ricco di motivi di interesse, a cura della figlia Sara Scalia, che abbiamo intervistato. Nell’introduzione lei scrive che la forza di questo libro sta nel suo personalissimo punto di vista. In cosa consiste? «Nello sguardo di una bambina e poi di una donna su avvenimenti molto grandi che mia madre ha vissuto in prima persona. Le persecuzioni razziali di cui lei, ebrea, è stata vittima, la guerra, la Resistenza, l’adesione al partito comunista.

Il racconto arriva fino al 1956, quando molti militanti scoprono la faccia cupa e autoritaria del Comunismo». Che donna era Miriam Mafai? «Era libera, da pregiudizi e stereotipi. Non si è identificata completamente né con il suo essere ebrea né con il suo essere comunista, che sono state le grandi identità di quel periodo. Qualunque tipo di integralismo le faceva orrore. Come la insospettiva quel femminismo che nell’identità di genere riassumeva tutta la sua ragione di esistere». Dalla narrazione emerge il rigore morale di chi partecipava attivamente alla vita politica… «Le riferisco un episodio: mia madre è stata per alcuni anni consigliere regionale del Lazio. Quando si dimise, perché lei si scocciava facilmente di questi incarichi pubblici, aveva maturato il diritto al vitalizio previsto per i consiglieri ma lo rifiutò. Lei ha vissuto in povertà per larga parte della sua vita».

Perché tanto pudore nell’esibire i sentimenti? «Aveva una concezione un po’ spartana dell’esistenza, ecco perché ha tardato a scrivere la sua autobiografia. E certo qualche problema a noi figli l’ha creato, soprattutto nell’adolescenza: la comunicazione sentimentale non è mai stata il suo forte. Però, invecchiando, è migliorata».


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