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Un tablet contro l’analfabetismo

24/02/2012 by Francesca

Stanno per piovere computer in Etiopia, Liberia, Sierra Leone, Tanzania. A scendere col paracadute là dove le strade latitano e l’energia elettrica non arriva, saranno gli XO-3, cioè speciali tablet simili a una versione più spessa dell’iPad, dotati di pannello solare, caricatore a manovella e di Linux o Android come sistema operativo. E la nuova iniziativa del progetto umanitario One laptop per child (Olpc) di Nicholas Negroponte, direttore del Media Lab Institute of Technology. Nella fase iniziale del progetto 2,5 milioni di computer portatili XO-1 sono stati venduti a circa 200 dollari dalla Olpc Foundation ai governi di quaranta nazioni in via di sviluppo, che li hanno distribuiti ai bambini delle scuole primarie.

Ora, con il nuovo tablet da cento dollari, l’obiettivo è raggiungere anche chi non va a scuola. «La prima distribuzione di tablet è stata fatta via camion questa settimana in Etiopia. Più avanti useremo gli elicotteri. Il punto dell’operazione sarà l’assenza di intervento umano: i tablet arriveranno in zone dove non ci sono scuole né adulti istruiti, e i bambini dovranno imparare a usarli da soli» spiega Negroponte. «Esistono infatti al mondo circa cento milioni di bambini che non possono contare su nessuno che sia in grado di trasmettere un’istruzione, ed altri cento milioni hanno scuole così carenti che non imparano a leggere». E il tablet da solo può insegnare a farlo? «Noi riteniamo di sì» dice Negroponte «e insieme alla neuroscienziata Maryanne Wolf, all’esperto di tecnologia dell’educazione Sugata Mitra e a Cynthia Breazeal del Mit, esperta di interazione tra uomo e computer, studieremo nei prossimi due anni l’efficacia dell’autoistruzione via tablet». Sugata Mitra è l’autore dell’esperimento II buco nel muro: nel 1999, a Nuova Delhi, sfondò una parete della sua azienda per far sì che i bambini della bidonville vicina potessero accedere liberamente a un computer.

«Mitra provò che bambini senza istruzione né supervisione di adulti possono organizzarsi in micro-comunità attorno al computer e aiutarsi a vicenda ad acquisire capacità, come la conoscenza dell’inglese, paragonabili a quelle dei coetanei che frequentano la scuola primaria» sottolinea Negroponte. «Nel 2001 mio figlio, che era con me in Cambogia, collegò il piccolo villaggio di Reaksmy a internet e donò portatili a tutti i bambini. Non c’erano né elettricità né acqua né telefono. Ma c’era internet: la prima parola inglese che i bambini impararono fu Google. Questi bambini non sanno nemmeno cosa sia un telefono, ma oggi usano Skype per parlare col mondo».


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