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Una rivoluzione chiamata bikini

30/06/2014 by Francesca

Il giorno dopo che la stilista francese Coco Chanel presenta la sua prima collezione di costumi da bagno, composti da pantaloncini corti e maglietta sbracciata, Le Figaro titola: «I costumi da bagno tendono a zero. Cosa sarà tra dieci anni?». È il 1925 , e i costumi da bagno cominciano a fare scandalo. Certo, prima era impossibile perché si entrava in acqua praticamente vestite. Nel 1812, ad agosto, su una spiaggia in Normadia, Ortensia del Beauharnais, regina d ‘ Olanda, dopo essersi consultata col suo medico personale, decide di entrare in acqua e fare un bagno in mare. Niente di speciale, se non che la regina è la prima donna della storia a fare in bagno ” in pubblico ” – il motivo era per giovarsi dei benefici della talassoterapia – e che era vestita con un completo di lana marrone composto da una tunica e un paio di pantaloni lunghi fino alle caviglie, e calze per coprire i piedi. Quel giorno, in mare insieme a lei, è entrata anche quasi tutta la sua servitù maschile per nasconderla da eventuali sguardi indiscreti. Pochi anni dopo un ‘ al tra nobile, Carolina di Berry, moglie di Carlo Ferdinando di Borbone, entra in mare. Lei, però, indossa un vestito ap positamente creato dalla sua sarta per entrare in acqua, un abito di cotone pesante, largo e di colore scuro perché una volta bagnato non svelasse le forme della signora e diventasse trasparente, completo di cappello, guanti, calze e scarpe.

Nei primi del Novecento le donne iniziano a liberarsi di bustini e sottovesti e i vestiti da spiaggia si accorciano: pian piano le gonne arrivano al ginocchio e le camicie aderiscono alla pelle. Nel 1907 Annette Kellerman , nuotatrice australiana, durante una gara negli Stati Uniti si presenta sul cubo di partenza indossando un costume intero che lascia addirittura scoperte le cosce, perfetto per nuotare libera. Fuori dalla piscina ad attenderla trova i poliziotti: l ‘ arrestano per atti di indecenza, la multano e la rimpatriano la sera stessa. Negli anni Venti lungo i nostri litorali si misurava la lunghezza dei costumi da bagno: se troppo corti le donne erano multate. La vera rivoluzione avviene non nel 1935 ma nel 1946, quando Louis Réard, un disegnatore di automobili che dopo l ‘ ufficio aiuta la madre sarta a confezionare biancheria intima, pensa di «trasformare» mutande e reggiseno in un costume da bagno e chiamarlo «bikini», come l ‘ atollo sul Pacifico tristemente famoso quell ‘ anno perché scelto dagli americani per compiere test atomici. Come da previsione , il nuovo costume è immediatamente considerato troppo osé, tanto che Réard per parecchio tempo non riesce a trovare una modella disposta a indossarlo.

E così gli venne un ‘ altra idea geniale: a sfilare con il suo bikini sarà Micheline Bernardini, una famosa spogliarellista, che lo esibisce per la prima volta nella piscina Deligny, nel cuore di Parigi. I fotografi convocati per l ‘ evento scattano migliaia di foto che, in un attimo, fanno il giro del mondo, sollevando curiosità e le accuse della Chiesa. Ma il vero scandalo deve ancora arrivare. Nei primi anni Cinquanta il pantaloncino del bikini comincia a ridursi fino a trasformarsi in mutandina; stessa sorte tocca al reggiseno, che mette più risalto la scollatura. Nel 1960 è Raquel Welch a fare scalpore: i due pezzi della mutandina sono uniti da una stringa, così come le coppe che coprono i seni. In Italia, e in altri paesi cattolici, il costume è subito messo al bando: a sdoganarlo e farlo entrare nel mercato di massa ci pensano, agli inizi degli anni Sessanta, Brigitte Bardot, che lo indossa nel film «E Dio creò la donna» e sulle spiagge di Saint Tropez, e Ursula Andress in «007 Licenza di uccidere». Ma ormai manca poco al gran salto : il topless.

È il 3 giugno del 1965 quando una bionda modella americana diciannovenne, Toni Lee Shelley, si presenta su una spiaggia del Michigan vicino a Chicago, indossando sotto l ‘ ac cappatoio un costume nero che arriva all ‘ ombelico sostenuto da due bretelline filiformi e privo di reggiseno: il costume è opera dello stilista californiano Rudi Gernreich. Quando esce dall ‘ acqua trova non solo una frotta di fotografi, ma anche due agenti che l ‘ accusano per atti osceni in luogo pubblico. Da sottolineare il fatto che le foto del modello di costume dello stilista Gernreich, vennero rifiutate pochi giorni prima dal settimanale Life: «Il nostro è un giornale per famiglie, mica pornografico» dichiara il direttore. Poi è la volta di Jane Fonda che nel 1966 ostenta un topless disinvolto in un bagno in piscina nella sua villa, e da allora tutto è cambiato. Con il passare degli anni, il costume si adegua al comune senso del pudore. Fino ad oggi che, in alcune spiagge italiane, i sindaci emanano ordinanze in cui vietano il topless. Ma non è detto che se si è più coperti non si sia volgari.


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